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ARCHIVIO DI STATO DI ANCONA |
| Sezioni : FABRIANO | |
Istituito con D.M. 18 maggio 1941 come Sezione di Archivio di Stato, inizalmente raccolse i fondi già facenti parte del cosiddetto "archivio provinciale" istituito nel 1919. A seguito del D.P.R. 30 settembre 1963 n. 1409, cambiò la denominazione in Archivio di Stato.
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Abbiamo visto che le carte erano sopravvissute finora, in parte assai ridotta
rispetto alla consistenza di quelle prodotte dai diversi uffici e magistrature,
più che nel disinteresse nell'oblio, e fugaci momenti d'attenzione
si erano risolti o in scarti massicci quanto inconsulti o in trasferimenti
occasionali e in accatastamenti in depositi inidonei.
Parlare di accesso pubblico, di conoscenza o di utilizzo di esse restava persino
incongruo con la reale situazione. La stessa sistemazione ultima nel palazzo
degli uffici giudiziari era stata presa come "provvisoria" o temporanea.
Occorre a questo punto chiarire ancora qualcosa circa la sede di quello che
con il 1919 era ormai l'archivio pubblico anconitano: i locali assegnati fino
dal 1885, erano l'ultimo piano sottotetto e alcuni magazzini e cantine privi
di finestre all'interno; vennero sostituiti a fine secolo (1896?) trasferendolo
in altri spazi al piano terreno, man mano dotati di scaffali lignei, progressivamente
occupati dalle carte, spazi che vengono in genere indicati come "locali
lasciati liberi dalla Corte d'Assise" (così anche Lodolini, p.
33), dizione che fa pensare ad ampie aule, decorose, capienti.
Poiché con la ristrutturazione successiva al terremoto del 1972, il
palazzo ha subito radicali modifiche e del plesso adibito ad Archivio provinciale
e poi di Stato non è più esistente l'ubicazione e volumetria,
è bene precisare e documentare quale sia stata la vera realtà,
destinata a condizionare, come si è detto, pesantemente la vita dell'Istituto
anconitano fino al 1970.
Si trattava in realtà di un lungo corridoio abbastanza largo, che portava
a due stanze, ad alcuni contigui sgabuzzini, privi di finestre, e ad un locale
magazzino dai soffitti altissimi, di circa 300 metri quadrati a forma di L
rovesciata, attraversato in più punti da muri portanti, spazi tutti
compresi nell'avancorpo centrale della facciata posteriore, volta a nord,
dell'immobile.
Tali gli spazi, assegnati come locali accessori alla Corte, non utilizzati
dal consesso e impegnati parzialmente come locali di sgombero e come archivio.
Nella immagine inedita, dovuta al fotografo Diotallevi, scattata pochi giorni
prima dell'inaugurazione del palazzo (e che pubblichiamo per gentile concessione
della Biblioteca privata Filippo M. Giochi) il piano terreno è coperto
alla vista da un muro di cinta, che fu poi abbattuto con l'apertura di una
strada, tuttora esistente, e la costruzione più tarda (1931-1933) della
sede per la Questura, il cui impiazzamento occuperà il terreno vuoto
visibile in basso nella foto.
Le sette finestre, che non si vedono, allo stesso livello di quelle dei corpi
rientranti sui due lati, per potersi aprire ad altezza conveniente, rispettando
il marcapiano della facciata, vennero a stare a circa due metri dal pavimento
dei locali di cui ci occupiamo, essendo quest'ultimi parzialmente seminterrati.
Il curioso che le esamini anche oggi, ancora colle inferriate originali, può
farsi una chiara idea della loro funzionalità per dei depositi d'archivio
e della loro idoneità sotto il profilo igienico per stanze d'ufficio
e di lavoro.
Ma questi sono dettagli. La scarsa idoneità della dislocazione dei
locali adibiti a depositi, e conseguentemente del loro arredo, scaffali lignei
alti fino a cinque metri, emergono a colpo d'occhio confrontando l'antica
planimetria ottocentesca con una seconda, (allegato di un pratica d'ufficio
degli anni '60) che rispecchia la situazione così come giunta immodificata
agli anni 1950-196411. Si accedeva all'ingresso, che si apriva in un corridoio
interno, attraverso il cortile centrale della costruzione.
Comunque si trattava di uno spazio insufficiente a ricevere persino le stesse
giacenze di carte giudiziarie nel palazzo12.
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Potremmo facilmente concludere che fino al 1939 una serie di situazioni oggettive,
di vincoli esterni, di insufficienze faceva sì che la vita dell'Archivio
non fosse che la vita di un fantasma.
Come è stato detto (Lodolini, p. 7), un cambio di targa fuori del portone
nel 1919, un secondo nel 1941: niente di innovativo per la vita interna dell'Istituto.
Non vi fu nemmeno la ventilata inaugurazione ufficiale del 1942, che difficilmente
avrebbe potuto avere solennità nello scenario piuttosto squallido e
sconfortante che abbiamo descritto13.
Lo stato di guerra era destinato a porre ulteriori ostacoli a un qualsiasi
miglioramento.
Poiché riteniamo che il problema della sede sia il nodo centrale di
tutte le vicende dell'istituto di cui ci occupiamo, ne tratteremo specificamente
gli aspetti, fino alle soluzioni degli anni 1962-1970, l'una tentata ed abortita
e una giunta a buon fine, col risultato della localizzazione e realizzazione
dell'Istituto che, con incrementi e completamenti degli anni 1980 e seguenti,
è tuttora quella ove esso vive.
Seguiremo ora le vicende dell'altro cardine di ogni realtà operativa
organizzata, chiamiamolo risorse umane, oppure forza lavoro, o tout court
con lemma burocratico dell'uso corrente e di tradizione: il personale.
Alla morte di Giangiacomi, l'Istituto si trovava nuovamente chiuso e temporaneamente
il vice-segretario generale della Provincia Alfredo Moresi assumeva l'incarico
di "conservatore" dell'archivio, indifferentemente indicato negli
atti come "ex delegatizio" o "storico provinciale", in
attesa di eventi.
I quali si concretizzarono, due anni dopo, con il decreto 18 maggio 1941 e,
ancora un anno dopo, con il passaggio di consegne a un Reggente, nominato
fuori dall'amministrazione degli Archivi di Stato nella persona di Raffaele
Elia, conservatore del locale Archivio notarile distrettuale. Elia non fece
in tempo che a mantenere la situazione come la riceveva con le fatidiche chiavi,
nel mentre assunta "la custodia del materiale" come recita il verbale
in data 10 giugno 1942, si rendeva "responsabile della sua conservazione".
L'anno dopo, infatti, reiterati terrificanti bombardamenti colpivano Ancona,
successivamente la città veniva evacuata della popolazione civile,
già in maggioranza fuggita e sfollata, e si giungeva con una città
deserta presidiata dalle truppe germaniche, allo sfondamento del fronte da
parte degli Alleati, nel 1944, al loro ingresso e alla ritirata tedesca.
L'archivio, come il palazzo di giustizia che lo ospitava, aveva subìto
pochi danni dai pur violenti attacchi aerei sulla zona, fu pertanto occupato
dalle truppe che affluivano e che, come in altre strutture rimaste in piedi,
vi si acquartierarono, con l'ovvio risultato che buona parte delle carte venne
"ridotta a un ammasso informe" (Lodolini, p. 58), forse per l'uso
dei condizionamenti (cartelle cartonate ed altri contenitori) come combustibile
per le stufe, o forse per farne giacigli a mo' di pagliericcio.
Nel 1946, dopo varie traversie, il reggente Elia, poteva di nuovo accedere
ai locali rimasti liberi. I problemi della città erano immensi, certo
quelli dell'archivio, come di tutti gli altri complessi documentari cittadini,
non erano in primo piano. Comunque le perdite di documenti, come si potè
successivamente accertare, erano state insignificanti, contrariamente a quanto
avvenuto ad altre entità archivistiche cittadine, colpite dalle bombe
o disperse per saccheggi, soprattutto alla ricerca di combustibile prima e
poi di carta per il macero, essendo subito dopo il passaggio del fronte rivelatasi
la carta una materia prima rara e ricercata.
Ancora un generale naufragio, nel quale, dal 1943 al 1945 scomparivano gli
archivi fascisti, dopo il 25 luglio dispersi e bruciati col saccheggio della
Federazione, come testimonia anche il ricordo che ne fece Davide Laiolo, allora
in Ancona, funzionario nel Palazzo del Littorio (l'odierna sede comunale)
che in quei frangenti sofferse la sua parabola di Voltaggabana; quelli della
Prefettura (o gran parte di essi)14 giacché, anche se sfollati con
gli uffici a Osimo, forse mai vi giunsero o ivi vennero fatti sparire; quelli
comunali 1860-1943, abbandonati nel Palazzo degli Anziani (allora sede del
municipio) sventrato dalle bombe; ed altri minori.
Se, motivatamente, visti gli avvenimenti di cui si è detto brevemente
sopra, "sino al 1947 l'Archivio della Direzione dell'Archivio di Stato
di Ancona è assai lacunoso" (Lodolini, p.58), non sono molte neppure
le conoscenze che abbiamo sul come, in questo caso periferico e particolare,
si sia rimessa in moto l'organizzazione archivistica statale, cui ormai faceva
capo Ancona.
Il direttore reggente Elia non mancò di rendersi conto che senza personale
e nella situazione esistente, ben poche possibilità vi erano di iniziare
a funzionare per l'Istituto, ma almeno, giovandosi anche della posizione politica
che veniva assumendo (sarebbe stato eletto nel 1948 senatore per la Democrazia
Cristiana) iniziò a veicolare le necessità dell'Istituto in
diversi modi, compreso il canale della stampa locale.
Sarebbe forse non inutile conoscere la documentazione in proposito degli uffici
centrali ministeriali, che a loro volta si stavano riorganizzando e nei quali
cresceva l'attenzione responsabile, anche per il naturale positivo contraccolpo
della ripresa postbellica del Paese, ai problemi del territorio. Le disponibilità
erano ovviamente limitate e la necessità d'interventi erano di contro
diffuse quasi ovunque.
Elia cercò di risvegliare nell'opinione pubblica locale l'interesse
alle carte cittadine e agli studi, non solo avvalendosi delle proprie conoscenze
personali. Incidentalmente ricorderemo che l'unione personale che si realizzava,
anche di conservatore dell'archivio notarile distrettuale, immediatamente
necessitato a funzionare e inserito istituzionalmente anche nella vita pratica
di una città pur semidistrutta e da ricostruire, consentì in
tempi brevi di prevedere, preparare e condurre a buon fine il versamento della
parte più antica degli atti notarili anconitani. Sfollato a Cupramontana
il materiale notarile antico non subì che pochi danni in quella sede,
in qualche volume si trovarono ancora anni dopo confitte schegge di granata,
ma già nel 1950, il successore di Elia consegnava all'archivio di Stato
circa 5000 pezzi.
Anche il settimanale cattolico Vita Marchigiana, nel numero del 2 giugno 1946,
con un articolo, anonimo ma probabilmente di Elia che era direttore responsabile
del periodico, intitolato "Uno studio storico sulle Marche", richiamava
l'attenzione sulla Sezione di Archivio anconitana: "Questo importante
istituto culturale, da molti ignorato, possiede una vasta raccolta di documenti
di grande valore storico". Conclusasi ormai la parentesi bellica, l'articolista
auspicava una immediata riapertura al pubblico e la ripresa dell'attività
scientifica dell'Istituto. (Riportato da Sturba, p. 31)
In effetti le difficoltà resero problematica la ripresa: soltanto nel
1947 una minima dotazione di personale popolò finalmente l'archivio.
L'impiegato d'ordine Carlo Accattatis venne, trasferito da Venezia, ad affrontare
i problemi di riordinare e sistemare le carte. "Con certosina pazienza"
(Lodolini, p. 58) ricostituì il condizionamento del "Delegatizio"
con nuove buste e cartelle, ricollocandolo secondo la sistemazione del 1916,
con l'aiuto di un usciere, Giovanni Madonna, assegnato nel dicembre 1946 e
che sarebbe rimasto l'unico ausiliario dell'Istituto fino al 1958.
A sostituire Elia tra l'aprile e il dicembre 1948 fu incaricato della reggenza
Accattatis, e finalmente con la successiva assegnazione di Girolamo Giuliani
l'Istituto ebbe un direttore, appartenente alla carriera degli archivisti
di Stato, purtroppo però non a tempo pieno e stabilmente. Giuliani
infatti, che manteneva incarichi di servizio a Roma e per varie missioni sul
territorio nazionale, era incaricato di essere presente in Ancona due soli
giorni al mese. È noto che i pochi archivisti di Stato nei ruoli dell'amministrazione
dovettero per vari anni giostrare tra sedi diverse, mansioni negli uffici
centrali, direzioni "a scavalco", in tal modo venendo definite quelle
conferite, con limitate presenze settimanali o mensili in sedi anche non vicinissime,
come secondo e non preminente incarico15.
La situazione marchigiana e anconitana era conforme al quadro generale, accentuata
dalla perifericità, dai collegamenti non ottimali, per la consistenza
medio-piccola degli istituti e per la loro recente attivazione. (Mordenti,
Appunti, specie p. 97).
Con presenze sempre più saltuarie, comunque il nuovo direttore rimase
assegnato all'Istituto anconitano fino all'aprile 1952, potendo contare su
tre dipendenti, il coadiutore Accattatis che gli subentrò come reggente,
un impiegato avventizio "a ferma temporanea", poi stabilizzato in
servizio fino al 1958, e l'unico usciere. Lo stesso Accattatis, benché
non funzionario direttivo espletava attività ispettiva nella regione
in merito ad archivi non statali, con incarichi saltuari conferiti dalla Soprintendenza
romana competente per le Marche, e reggenze temporanee negli archivi di Stato.
Nel 1958, si trovava contemporaneamente reggente dell'ufficio di Ancona, di
quello di Pesaro (dal 1955) e ispettore della Soprintendenza con l'evidente
ricaduta negativa sull'istituto anconitano, anche se quest'ultimo aveva intanto
ottenuto un secondo impiegato d'ordine, e sulla continuità ed efficacia
dell'attività gestionale e tecnico-scientifica.
Frattanto usciva nella Rassegna degli Archivi di Stato un articolo ove Giuliani
ripresentava, a più di quarant'anni dalle notizie di Emilio Re, "i
fondi dell'archivio di Stato di Ancona", poco più del solito "Delegatizio",
aggiungendo sintetici riferimenti ai fondi pervenuti ultimamente (Giuliani,
passim). Comunque cominciava ad uscire dal buio e dal silenzio il patrimonio
documentario della città, e, implicitamente, la realtà della
sua struttura archivistica statale.
Nel 1959 veniva assegnato ad Ancona il direttore Giovanni Spedale, anch'egli
"a scavalco" da Bologna, quindi con presenze sporadiche, ed invece
assorbenti incarichi altrove.
Del pari "a scavalco", ma proveniente dagli uffici romani, gli subentrava
dal novembre 1962 Elio Lodolini, teorico dell'archivistica, docente della
materia sia nelle scuole ministeriali che in ambito universitario, già
attivo nelle Marche per compiti ispettivi e per aver diretto l'Archivio di
Stato di Ascoli Piceno. Con la sua direzione la vicenda dell'istituto anconitano,
ad un secolo dall'Unità, ebbe una svolta: malgrado l'oggettiva ridotta
dimensione del patrimonio delle carte (Giuliani aveva definito quello di Ancona
"archivio minore" e lo stesso Lodolini nel 1962 lo giudicava essere
di "modestissima consistenza" - Lodolini, p. 74) il nuovo direttore
ritenne che l'Archivio "sinora esistente quasi soltanto di nome"
dovesse finalmente divenire una realtà operativa e si impegnò
(vedremo con quali risultati, quando ritorneremo conclusivamente sul tema
della sede), in ambito locale e presso il Ministero per raggiungere tale risultato.
Intanto giungeva con il D.P.R. n. 1409 del 30 settembre 1963 l'articolato
di una nuova disciplina dell'amministrazione archivistica italiana, alla cui
elaborazione, in sede ministeriale, anche lo stesso Lodolini, direttamente
o indirettamente, aveva contribuito, in un dibattito nuovo e vivace che pochi
anni dopo sarebbe ripreso sul più generale tema della tutela e gestione
dei beni culturali. L'opinione pubblica nazionale scopriva allora una tematica
nuova e, salva qualsiasi valutazione, che non è qui il luogo di approfondire,
a generali visioni di innovazione e modernizzazione, si univa l'affiorare
di una percezione più realistica dei problemi pratici e quotidiani.
Uno dei quali certamente era l'adeguamento degli organici alle esigenze emergenti
e ai fini prescelti.
Per la verità gli effetti non furono in periferia immediati, ma qualcosa,
minimamente almeno, cominciò a migliorare: quando nel settembre 1964
Lodolini lasciava la direzione dell'Istituto anconitano, finalmente definito,
secondo la nuova normativa, Archivio di Stato (per passare a dirigere la Soprintendenza
archivistica per le Marche istituita il 15 novembre 1963, che ebbe sede negli
stessi esigui locali dell'Archivio adibiti a uffici e sala di studio (!),
cioè due stanze, condivise da due strutture con competenze diverse),
si era giunti a un totale di cinque dipendenti, due impiegati esecutivi e
un usciere assegnati all'archivio, due impiegati esecutivi attribuiti alla
nuova struttura, sorta appunto in esecuzione della normativa del D.P.R. 1409.
Tutti erano di recente assunzione, subentrati nel turn over ai predecessori,
trasferiti o collocati in quiescenza, soprattutto in applicazione di norme
in favore di orfani di guerra, profughi ed altre categorie assimilate, norme
che consentivano la cosiddetta assunzione diretta, in un periodo in cui ancora
i meccanismi concorsuali non avevano luogo in modo sufficiente per fronteggiare
le carenze d'organico, purtroppo tradizionali, dell'amministrazione archivistica.
A Lodolini subentrava fino al luglio 1965, il direttore Angelo Aromando, il
primo funzionario di carriera direttiva ad essere residente nella sede di
Ancona, quindi presente con continuità. Fu peraltro una direzione piuttosto
breve. Dal primo agosto 1965 veniva nominato, provenendo dall'Archivio di
Catanzaro che aveva diretto per vari anni, Lucio Lume.
Della direzione Lume, decisiva per molti versi per la vita interna ed esterna
dell'Istituto, ci occuperemo nell'ultima parte dedicata specificamente alle
sede: sia consentito qui a chi scrive di ricordare come un incontro fortunato
e proficuo, quello che egli stesso ebbe, funzionario di prima nomina, assegnato
all'archivio di Ancona nel 1966, con il pratico realismo e una semplicità
intelligente nell'affrontare i problemi, privilegiando magari l' empirismo
su tante aulicità della dottrina, che tale direzione manifestava, senza
timore che il buon senso non venisse abbastanza apprezzato.
Ormai il personale disponibile anche se esiguo consentiva un lavoro su diversi
piani. Tra il 1966 e il 1968 vennero assegnati tre funzionari della carriera
direttiva alla sede di Ancona, due all'Archivio, uno alla Soprintendenza archivistica.
Divenuto anche reggente della Soprintendenza nello stesso 1965, dopo che Lodolini
fu richiamato a incarichi romani, Lucio Lume
intese utilizzare al massimo le sinergie consentitegli dalla contemporanea
gestione dei due uffici. Quasi rivolgendosi un rimprovero, o comunque esprimendo
una qualche recriminazione, egli stesso, recentemente, vi ha fatto riferimento:
"trascurai quindi un po' - devo confessarlo - la mia contemporanea funzione
di direttore dell'Archivio di Stato di Ancona e svolsi soprattutto attività
di vigilanza" (Lume, Il gioco, p.103). Non spetta a noi né questo
è il luogo per parlare ora dell'attività della Soprintendenza,
diremo soltanto che l'attività di quell'ufficio, durante la gestione
Lume, non solo mise in moto in tutta la regione riordinamenti e inventari
di fondi non statali, segnatamente comunali, ma tolse dal dimenticatoio il
patrimonio archivistico disseminato nel policentrismo regionale, interagendo
con tutte le possibili strutture pubbliche e sollecitando i più diversi
interlocutori culturali. Sotto il profilo tecnico archivistico mise i funzionari
di cui potè disporre, anche quelli degli archivi di Stato della regione,
a contatto con l'esperienza concreta delle carte più diverse e nelle
situazioni e con le difficoltà amministrative della tutela riferita
a enti pubblici, con i conseguenti complessi rapporti con ambienti fino ad
allora appartati, distratti o ciecamente campanilisti: una palestra formativa
ineguagliabile, specie per i giovani allora entrati in carriera, tra i quali
chi scrive ha qui l'occasione di ricordare il collega di ormai lontani anni
di lavoro comune, Giacomo Bandino Zenobi, più tardi passato alla docenza
universitaria, immaturamente scomparso.
Per quello che riguarda l'Archivio di Stato basterebbe il fatto di essere
riuscito, come vedremo, a realizzare una nuova sede per l'Istituto, e soprattutto
una sede idonea pur nelle oggettive difficoltà, concretizzando in pochi
anni una chimerica speranza irrealizzata per quasi un secolo, per farci correggere
la troppo severa autocritica citata più sopra in un giudizio ben più
che positivo sulla gestione Lume.
A Lume, passato a Roma a dirigere una divisione del Ministero, subentrò
nell'agosto 1972 Giuseppa Giuliodori Gatella, che resse la direzione anconitana
fino al luglio 1977: da tale data fino all'aprile 1979 Gian Galeazzo Scorza,
dirigente della carriera degli archivisti di Stato, direttore dell'Archivio
di Stato di Pesaro e delle dipendenti sezioni di Fano e Urbino, ebbe "a
scavalco" anche la direzione in Ancona, e da maggio a settembre dello
stesso anno gli succedette, sempre "a scavalco", ma da Roma, Paola
Carucci, dirigente della carriera degli archivisti di Stato, con importanti
compiti in seno all'Ufficio centrale per i beni archivistici, soprattutto
nella redazione della Guida generale degli Archivi di Stato italiani in corso
di realizzazione. Entrambi erano presenti, salvo occasionali emergenze o necessità,
solo alcuni giorni al mese visti gli impegni già loro attribuiti.
Dall'ottobre 1979 fino al gennaio 2003 ha tenuto la direzione dell'archivio
di Stato di Ancona il dirigente della carriera degli archivisti di stato Alessandro
Mordenti, cui è subentrato, quale direttore reggente, Gianni Orlandi.
Collocato in quiescenza dal 16 settembre Orlandi, la reggenza dell'Istituto
è passata a Mario Vinicio Biondi, Soprintendente Archivistico per le
Marche in carica, e dal 1 novembre a Giovanna Giubbini proveniente dall'Archivio
di Stato di Perugia.
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Il direttore Lodolini sfruttò al massimo le sue sia pur non frequentissime
presenze in Ancona. Lavorò su due piani: quello "romano",
cioè ministeriale, per ottenere - come rapidamente ottenne ( già
nel 1962) - l'autorizzazione a risolvere una volta per tutte il problema della
sede, o attraverso la locazione di un immobile idoneo, ovvero con la costruzione
ad opera di terzi di una sede progettata ad hoc, sufficiente, funzionale,
decorosa; quello locale per accertare in modo aggiornato la realtà
dei fondi da ricevere, in funzione dei quali anche dimensionare razionalmente
i nuovi spazi da acquisire, e predisporre altresì una logica agenda
dei versamenti. Intraprese a tal fine e completò un censimento-inchiesta
sulla base delle informazioni comunque esistenti agli atti nelle strutture
archivistiche e con questionari rivolti agli uffici statali.
Va incidentalmente ricordato che, dal 1960, con la legge n. 1014 del 16 settembre,
la normativa accollava all'amministrazione archivistica il canone di locazione
in favore degli enti proprietari, nel caso dell'impiego di locali messi a
disposizione da amministrazioni provinciali. Così si modificava quanto
stabilito dalla legge n. 2006 del 22 dicembre 1939 che aveva attribuito alle
Provincie le spese per le sedi occorrenti agli archivi di Stato, i quali,
dunque anche in Ancona, ora divenivano inquilini.
Comunque il mercato immobiliare anconitano non offriva una congrua risposta
alla domanda, tanto che Lodolini, di fronte a tante difficoltà di reperire
spazi adatti e a costi locativi molto alti, puntò decisamente sulla
costruzione di un immobile da adibire a sede di archivio di Stato, riuscendo
a coinvolgere (1963-1964) gli amministratori provinciali in carica nel suo
progetto (Lodolini, p. 132-133). Per il finanziamento del quale, la Provincia,
stazione appaltante, avrebbe potuto avvalersi dei benefici della legge 19
luglio 1959, n. 550; un incentivo, mediante un contributo del 4% per il pagamento
degli interessi passivi sui mutui accesi, a che gli enti locali costruissero
sedi per archivi di Stato; un minimo risultato, certo, a fronte di ben altri
pacchetti normativi per edilizia pubblica o sovvenzionata16. Il successo iniziale
comunque sembrava ripetere l'esperienza positivamente conclusa ad Ascoli Piceno
dallo stesso direttore Lodolini negli anni '5017.
L'ufficio tecnico provinciale effettuò la progettazione, con un risultato
interessante quale modulo di edilizia archivistica, quanto a soluzioni tecniche
e coerenza funzionale innovativo e di immagine certamente positiva, anche
sotto il profilo urbanistico. L'area prescelta per la costruzione era compresa
nella zona di espansione urbana indicata dall'allora vigente piano regolatore
per la città di Ancona, a mezza quota del versante sud di una delle
collinette indicate come Monte Marino. Questa zona, non eccessivamente distante
dal centro storico e direzionale, ne era stata recentemente collegata con
la costruzione di un raccordo diretto, la galleria chiamata "del Risorgimento".
Come era avvenuto per Ascoli Piceno, Lodolini riversò in una pubblicazione
ufficiale degli archivi di Stato tutto il lavoro preparatorio e la descrizione
del progetto, attendendosi, forse con eccessivo ottimismo, che l'iter delle
procedure per la realizzazione tecnico - giuridica (approvazione del progetto,
iscrizione in bilancio dell'impegno di spesa, accensione di mutui per il finanziamento,
appalto, affidamento dei lavori) e poi operativa (costruzione ed attrezzatura
dei locali, scaffalatura, ingresso dell'istituto negli stessi) seguissero
sicuramente e sollecitamente. Nel volume dedicato alla nuova sede, al quale
facciamo ricorrentemente rinvio in queste note, scriveva conclusivamente (1965):
"L'Archivio di Stato di Ancona, sinora esistente quasi soltanto di nome,
si avvia dunque a diventare un istituto effettivamente operante e a prendere
il posto che ad esso compete" (Lodolini, p. 149).
Ma le cose non andarono esattamente come previsto. Quando il volume, nel 1968,
uscì dalla tipografia, da tempo, come vedremo appresso, era già
svanita ogni possibilità di attuazione del progetto in esso illustrato.
Delle tre parti in cui si articolava il testo (Parte I: Gli archivi statali
anconetani dal 1860 al 1962; parte II: Il censimento dei fondi archivistici
1963-1964; parte III: La progettazione della sede 1963-1964) le prime due
restavano come utile fondamento storico-archivistico per ogni successivo lavoro
teorico e sul campo relativo alle carte anconitane, ma la terza era diventata
soltanto un libro dei sogni.
La direzione Lume ereditava quindi l'insostenibile stato di fatto che Lodolini
aveva cercato di cambiare.
A parte la loro inadeguatezza, più volte sottolineata, a quasi un secolo
dalla costruzione, ovviamente in muratura e con solai e tetti su travature,
i locali disponibili erano giunti anche a un avanzato degrado strutturale
e impiantistico. Dopo gli effetti, anche nascosti, del terremoto del 1931
e soprattutto degli spostamenti d'aria e vibrazioni prodotti dai bombardamenti
1943-1944, gli stessi muri maestri, in parte eretti con la tecnica detta "a
sacco", mostravano allarmanti sintomi di insicurezza coinvolgendo i tetti
e i solai di calpestio appoggiati su travi, sollecitati da forti carichi come
è intuibile, e come drasticamente rivelò il dissesto generale
seguìto al terremoto 1972.
Preoccupazioni per le carte, nel settore occupato dall'archivio di Stato,
ma persino sotto il profilo igienico-sanitario. Da più parti le coperture
dei tetti sovrastanti e in generale il deflusso delle acque piovane, rivelavano
guasti e obsolescenze, che si manifestavano con casi acuti di cadute d'acqua
dai soffitti, soprattutto in corrispondenza delle parti laterali del plesso,
verso il cortile interno, dell'altezza di un solo piano. Tutti danni fronteggiati,
non sempre tempestivamente, con manutenzioni parziali d'emergenza, e pertanto
recidivanti e causa, con croniche infiltrazioni permanenti, di un costante
altissimo indice d'umidità. Il deflusso delle acque luride dai piani
superiori del palazzo, in buona parte canalizzate verso il lato nord, manifestava
gravissime perdite, tanto da rendere inutilizzabili settori della scaffalatura
perimetrale alle pareti (Lodolini, appendice di tavole, in particolare la
n. 2). Il riscaldamento, limitato alla gloriosa stufa Becchi in terracotta,
a legna, sostituita nel 1964 con un tipo a cherosene, chiaramente per ragioni
di prudenza era utilizzabile nell'unica stanza non ospitante materiale cartaceo
su scaffali, pomposamente indicata, nella planimetria che pubblichiamo a pagina
171, "Direttore archivio", in realtà dal 1964 stanza di lavoro
di più persone e ospitante di volta in volta gli utenti esterni. Nessun
impianto o dispositivo di segnalazione antincendio, solo estintori a mano
in dotazione, per tacere di vie di fuga e simili. Vecchi impianti elettrici
con fili "a treccia" a vista o, solo in parte, sottotraccia. Possiamo
dire che le lamentele motivate di Lodolini e quelle che seguirono di Lume,
nelle relazioni che possiamo leggere oggi, erano in fondo molto contenute!
Dopo qualche aggiunta di scaffali lignei ottenuta da Giuliani, era stato ineludibile
scaffalare progressivamente, e finalmente con scaffalatura metallica standardizzata,
dal 1965, ogni spazio libero, a partire dai corridoi, per fronteggiare versamenti
d'urgenza (spesso etichettabili con un "salvare il salvabile!",
che bene comprenderà il lettore che ci ha seguito fin qui) e le minime
movimentazioni interne causate dagli inconvenienti di cui sopra.
Certo, se questo aveva praticamente saturato i locali, consentiva di cominciare
a ricevere i primi (ma, et pour cause, i meno consistenti) archivi notarili.
Evitando, è da notare, quegli incasellamenti nei pianetti fissi molto
distanziati e profondi delle vecchie scaffalature lignee artigianali, già
effettuati per necessità di spazio, col disporre sovrapposti orizzontalmente,
in più pile una dietro l'altra, decine di grossi volumi antichi, col
risultato che per i prelievi d'un solo volume si dovessero spostare tutti
i volumi colmanti il "loculo" (si scusi la canonizzazione del lemma…
gergale). E proprio per il notarile anconitano versato nel 1950 si era addivenuti
forzatamente a tale perniciosa disposizione, di cui resta, oltre la memoria,
fortunatamente solo una immagine fotografica quasi d'antiquariato (Lodolini,
appendice di tavole, tav. 1: il fondale della prospettiva di magazzino nella
foto).
Dalla metà degli anni '60 dunque, due uffici, paralleli ma distinti
nei rispettivi compiti e servizi al pubblico, erano stipati, quanto al personale
in organico ( otto unità in tutto), in due stanze ospitanti la pur
minima suppellettile, tra cui (1967) la prima fotocopiatrice ad acidi ottenuta,
la biblioteca, la "sala (!) di studio e consultazione" e ricevimento
per il pubblico. Come parlare di ordinamenti o di lavoro sulle carte? Talvolta
era necessario sistemare qualcuno nel corridoio d'ingresso…
Ma indubbiamente il problema più grave, chiudendo gli occhi su ogni
aspetto (pur qualificante ed essenziale per fare uscire dal sonno e dalla
non conoscenza un Istituto, di cui s'è visto il fort-leben) di decoro
e d'immagine da proporre all'esterno e persino di minima abitabilità
per l'organico disponibile, che, sempre auspicato, diveniva un problema esso
stesso, era l'impossibilità di ricevere i versamenti, di trattare le
carte, ordinamenti e inventariazioni, di tutelarle dal degrado.
La direzione Lume dovette prendere atto che l'amministrazione provinciale
non riuscendo a ottenere i necessari finanziamenti dalla Cassa depositi e
prestiti, non solo stava rinviando a un futuro imprecisato le decisioni operative
per concretizzare il progetto elaborato d'intesa con la direzione Lodolini,
ma cominciava a ventilare una diversa destinazione alla stessa area scelta
per l'impiazzamento della erigenda sede. Si manifestava l'intento di costruirvi
istituti scolastici, come poi avvenne anni dopo, e comunque, anche per l'alternarsi
delle scelte politiche, anche di politica culturale, si sentiva il problema
archivistico sempre più freddamente, come meno interessante e diretto.
(Lume, La nuova, p. 776).
La direzione anconitana, come lo stesso Lume ebbe poi a riferire con sintetica
cronistoria (Lume, ibidem), autorizzata in tal senso dalla Direzione generale,
tornò a saggiare il libero mercato per giungere a una locazione passiva.
Non fu praticabile la via dell'acquisto, che, come è palese con una
pur minima conoscenza dei meccanismi del mercato immobiliare e del rapporto
investimenti/spese correnti, sul lungo periodo sarebbe stata vantaggiosa per
l'Amministrazione. Questo per la congenita presenza del tallone d'Achille,
qual'era allora, e rimase in appresso, la carenza di una normativa specifica
per l'edilizia archivistica da ottenere nel pullulare legislativo riguardante
il settore urbanistico e delle costruzioni, problematica che in Italia non
entrò mai veramente e costruttivamente tra i temi cardine di questa
branca dei beni culturali.
La ricerca di offerte soddisfacenti fu all'inizio frustrata e frustrante,
in una città ancora caratterizzata da problemi edilizi, urbanistici,
di piano sui quali tutti non è qui possibile indugiare. Un primo minimo
risultato fu l'acquisizione, 1967-1968, in fitto, nelle vicinanze della vecchia
sede, di un appartamento, vetusto ma decoroso, per fronteggiare d'urgenza
e in via temporanea le necessità più gravi. Tale risultato fu
accolto con la soddisfazione di un primo traguardo intermedio raggiunto, preannunciante
quello finale. Non erano finite le difficoltà anche se subito vi furono
effetti positivi. Venne scaffalato con qualche centinaio di metri lineari
di arredo metallico tutto lo spazio lasciato libero nei vecchi locali, potendo
così accettare tempestivamente alcuni versamenti. La nuova sistemazione
dei due uffici, Archivio e Sovrintendenza, attribuendo al primo il lato prospettante
su Piazza Stamira del plesso acquisito, come può vedersi nella planimetria
che pubblichiamo, consentiva di destinare la stanza più ampia a confortevole
sala di studio e per le attività d'ordinamento, scelta premiata dall'incremento
di utenti. Ma ora tale utenza e lavoro archivistico bisognava rifornirli con
tempestività attingendo il materiale dai vecchi depositi. Fu provveduto
con lodevole impegno di tutto il personale, ma chi scrive, che ne fu diretto
testimone, vuole qui riconoscere all'unico ausiliario in servizio, Anselmo
Moretti, di essersi sobbarcato, con particolare dedizione, alla parte più
gravosa, del prelevamento dagli scaffali e del trasferimento delle carte da
e per i depositi, talvolta con ripetuti andirivieni giornalieri.
Contemporaneamente la Direzione intensificava i contatti con il maggior numero
possibile di interlocutori del mondo culturale cittadino, organizzando frequenti
riunioni, che finalmente poteva ospitare, così ad esempio significativamente
stabilendo uno stretto rapporto collaborativo con la Deputazione regionale
di Storia patria, che più tardi avrebbe addirittura ospitato per diversi
anni. Riunioni cui furono invitati a prendere parte tanto amministratori cittadini,
quanto rappresentanti del Ministero, posti così a diretto contatto
con le locali problematiche.
Intanto continuava la ricerca di una sede "definitiva", e finalmente
cominciarono a presentarsi ipotesi concrete con l'incremento (dal 1968) dell'espansione
edilizia periferica, in particolare in nuove zone, indicate dai piani regolatori
come di "edilizia mista residenziale-artigianale o commerciale".
Questo consentiva la ricerca sul mercato di plessi con cubature e volumetrie
idonee a fungere da depositi d'archivio, unite ad appartamenti agevolmente
adattabili dall'uso di civile abitazione a quello per uffici. Chi scrive ricorda
ancora i sopralluoghi e gli incontri, per accertare e vagliare la realtà
delle offerte che si raccoglievano, spesso illusorie o inadatte, negli immobili
appena terminati e addirittura sui cantieri, del tutto particolare esperienza
"archivistica" condivisa col direttore Lume e nella quale cercò
di mettere a disposizione dell'ufficio, in quanto anconitano, la propria conoscenza,
anche topografica, della realtà urbana .
Individuate finalmente un gruppo di offerte accettabili, a conclusione di
un lungo iter burocratico, si giungeva il 1 ottobre 1969 alla stipula di un
contratto con la proprietà Wilson Magistrelli, giudicata recare le
condizioni più favorevoli, per la locazione, approvata dai controlli
di legge, dell'edificio da utilizzare come sede degli istituti archivistici
anconitani, Archivio e Sovrintendenza. La costruzione, situata in via Maggini,
per gli anconitani la strada conosciuta come "salita del Pinocchio"
in zona Palombare, consisteva in due piani di magazzini di deposito, sovrastati
da due piani per uffici: la rispettiva superficie complessiva di metri quadrati
1500 e 500, in confronto alla sede, che si lasciava, consistente in meno di
500 metri quadrati complessivamente utilizzabili, potenzialmente poteva ospitare
uno sviluppo lineare di almeno dieci chilometri di scaffalatura, a fronte
dei precedenti 1.500 metri, e accogliere una sala di studio utilizzabile anche
per mostre e conferenze di circa 150 metri quadrati, il laboratorio di legatoria
e restauro attribuito dalla normativa del 1963 all'istituto, altri servizi,
almeno otto stanze di lavoro, un sufficiente alloggio di servizio per un custode
permanente. Consentiva pure di sistemare la Sovrintendenza in modo autonomo
e decoroso, assegnandole un piano dell'edificio. Il salto di qualità
della nuova sistemazione era indiscutibile.
Mentre ci si dotava dei primi contingenti di nuove scaffalature metalliche,
l'immediato trasferimento, completato gradualmente nel periodo 1969-1970,
si poteva effettuare non solo senza interrompere neppure un giorno la propria
attività, ma anzi incrementandola con l'accogliemento di documentazioni
fino ad allora …proibitive per la loro quantità; si disponevano più
ragionevolmente i fondi già conservati; si otteneva un accrescimento
dell'utenza.
Un aspetto non tanto positivo della soluzione adottata, poteva considerarsi
l'ubicazione notevolmente distante dal centro storico, in una zona, come detto
sopra, vocazionata ad attività di carattere assai diverso, attraversata
da vie di notevole traffico d'ingresso ed uscita dalla città. La comparazione
dei pro e dei contro dava comunque ragione alla scelta risolutiva, soprattutto
considerata la capacità ricettiva e la struttura moderna (portata dei
solai, antisismica, ecc.). Gli eventi che seguirono immediatamente, ne confermarono
opportunità e giustezza.
Mentre si allestiva dunque la necessaria suppellettile, gradualmente scaffalando
con componibili metallici i depositi, tra 1970 e 1971, si intensificava la
campagna di acquisizione dei versamenti, indirizzandoli ai nuovi magazzini
e si completava il trasferimento fondo per fondo di tutte le carte giacenti
nella vecchia sede, che lasciavano così dopo quasi un secolo di non
esaltante permanenza; si metteva immediatamente a disposizione dell'utenza
l'intero archivio storico comunale, che perveniva in regime di deposito (Mordenti,
L'inventario, pp. 76-77), e contemporaneamente consistenti archivi amministrativi
e notarili.
Sarebbe dovuta seguire l'inaugurazione ufficiale ipotizzata d'intesa col superiore
Ministero per la primavera 1972, ma evidentemente la storia dell'istituto
anconitano non prevedeva questo crisma e stava invece per conoscere una nuova
emergenza, destinata a incidere profondamente sulla vita cittadina e che avrebbe
subito messo alla prova il nuovo immobile contenitore, comprovandone peraltro
l'idoneità.
Tra l'inverno e l'estate 1972 si verificò infatti un drammatico evento
sismico, costituito da forti scosse principali intervallate da sciami di scosse
d'assestamento susseguitesi per mesi, che colpì Ancona e il suo territorio.
La città sembrò tornare al periodo bellico. Esodo degli abitanti
e un continuo susseguirsi di situazioni di inabitabilità e di inagibilità
di immobili che colpì, in modo più o meno totale quasi tutte
le sedi degli uffici pubblici, con sfollamenti e traslochi improvvisi e di
fortuna delle strutture burocratiche e situazioni di rischio e/o di danno
per molti dei loro archivi.
Prefettura, Direzione delle poste, numerosi uffici finanziari, museo archeologico,
biblioteca civica, scuole si trovarono senza una sede e costretti a sgomberi
forzati, che si estesero nel periodo successivo a quasi tutte le sistemazioni
logistiche della burocrazia di un capoluogo di provincia e di regione, durante
le conseguenti inevitabili fasi di restauro e spesso di ristrutturazione completa
del patrimonio edilizio. Tra i casi più gravi il Palazzo di Giustizia,
reso totalmente inagibile dal terremoto e sgomberato, quella cioè che
fino a pochi mesi prima era la costruzione che ospitava l'archivio di Stato
e che conteneva tuttora le carte di tutti gli uffici giudiziari.
La nuova sede di via Maggini degli istituti archivistici non subì praticamente
alcun danno, data la struttura antisismica e la recentissima costruzione:
così permise il funzionamento immediato e continuo e significò
probabilmente la salvezza di complessi documentari, ricevuti poco prima del
sisma, come l'archivio storico comunale pervenuto dalla Biblioteca Benincasa
la cui sede fu dissestata e dichiarata inagibile (Mordenti, L'inventario,
p. 76-77), e di altri, accettati d'urgenza, dopo i dissesti e l'evacuazione
degli uffici detentori, come si vedrà. Fortuna volle altresì
che il trasloco delle intere consistenze documentarie dell'archivio di Stato
dalla sede in Palazzo di Giustizia, fosse, all'atto della crisi sismica 1972,
già completamente concluso, preservando i fondi ivi conservati fino
a poco tempo prima dai rischi dell'inaccesibilità a tempo indeterminato,
dei trasferimenti ( e dove?), da tutte le precarietà dell' emergenza.
L'evento sismico ebbe effetti, conseguenze e contraccolpi a cascata e sul
lungo periodo sulla situazione degli archivi della città di Ancona
e suo territorio. Stato di fatto che si sarebbe riproposto con il successivo
drammatico terremoto del 1997, che ha colpito duramente con l'Umbria la provincia
di Macerata, specie il territorio camerte e nella provincia di Ancona, specie
quello di Fabriano.
L'archivio di Stato di Ancona si trovò nel 1972 e nel periodo immediatamente
successivo ad essere l'unico referente dotato di una certa disponibilità
di spazi sicuri ove ricoverare le carte di molti uffici rimasti privi di sede,
per sgomberi e trasferimenti a seguito della inagibilità dei fabbricati
contenitori. Vennero allora ospitate, nei limiti del possibile in previsione
di una giacenza temporanea, molto consistenti documentazioni, anche relativamente
recenti, degli uffici sinistrati. Purtroppo i prelevamenti, trasferimenti
e consegne all'Istituto avvennero prevalentemente ad opera di maestranze indifferenti
e ignare di ogni cautela e procedura di trasferimento di archivi, maestranze
in genere delle imprese edili intervenute sugli immobili per i puntellamenti,
i transennamenti o, in un secondo tempo, le demolizioni e i cantieri di ristrutturazione.
In tali modalità traumatiche pervennero carte dallo sgombero del Palazzo
di giustizia, frammiste a materiale bibliografico di quegli uffici, raccolte
di legislazione ecc.; dalla Prefettura;18 in modo molto consistente anche
dagli uffici provinciali e regionali dei Ministeri del Lavoro e dell'Agricoltura
e da uffici dell'amministrazione finanziaria in Jesi e Senigallia; da altri
uffici ed enti in misura minore. Tra le dotazioni esterne ospitate, la biblioteca
e l'archivio della Deputazione di Storia patria per le Marche, che, per vari
anni, mantenne la sua sede presso l'Istituto archivistico.
Questa serie di ricoveri - che nei primi anni successivi consentì anche
ad alcuni uffici un funzionamento meno avventuroso, per qualche tempo infatti
le ricerche istruttorie o consultazioni di precedenti, il personale di certe
strutture le effettuò venendo a servirsi delle carte ricoverate - certamente
sovraccaricò l'Istituto archivistico di materiale, non solo spesso
disordinato, ma che non tutto, e soltanto molto più tardi, sarebbe
pervenuto per versamento. Inevitabilmente poi, la giacenza si prolungò
indeterminatamente e solo oggi, dopo interventi di riordino accertamento e
di inventariazione, effettuati da personale dell'Archivio, una parte delle
giacenze è trasformata in acquisizione definitiva formalizzandone il
versamento, come nel caso specifico di considerevoli fondi giudiziari, ad
esempio di Tribunale e Corte d'Appello.
È impossibile in questa sede descrivere le interferenze succedutesi
fra il settore dell'edilizia, le strutture burocratiche da riospitare, le
procedure legislative d'intervento, tutte determinanti sui tempi necessari
per la normalizzazione. Avvenne una specie di diaspora dal centro alle nuove
periferie, ove si localizzarono diversi uffici ed a lungo, come quelli giudiziari
che trovarono sistemazioni proprio in prossimità dell'Archivio di Stato,
in zona Palombare, movimento che si invertì poi, riportandoli, in buona
parte, nelle sedi ristrutturate o in altre nuove. Ovviamente tutte queste
contingenze ebbero forte incidenza sulle valutazioni degli immobili sul mercato,
indirizzando nel contempo, fenomeno poi accentuatosi dopo i danni al patrimonio
edilizio pubblico e privato causati dalla frana che, nel 1982, cancellò
un intero quartiere, l'espansione urbana sulla direttrice sud-est rispetto
al centro storico. Opposta al mare e alla costa si delineava una città
nuova, ben diversa e lontana diversi chilometri dall'antica forma urbis tra
porto e colline. Nei quartieri frutto di questa recente urbanizzazione hanno
trovato sede negli ultimi anni molti uffici pubblici oltre che interi rioni
residenziali.
7
A partire dalla fine degli anni '80 la direzione dell'Archivio di Stato di
Ancona si impegnò ricorrentemente nel tentativo di acquisire una sede
demaniale per l'istituto. Questo, pur essendo sostanzialmente buoni e positivi
i rapporti con la proprietà ed essendosi nel corso di un rapporto di
locazione protraentesi nel lungo periodo sempre alla fine risolti i fisiologici
momenti di difficoltà o gli imprevisti delle vicende contrattuali con
un locatore privato, rinnovi, innovazioni normative nel settore e simili,
tutte sempre fortunatamente ricondotte al miglior risultato possibile per
l'amministrazione.
Si riteneva infatti doveroso di tenere conto dei molti aspetti di una peculiare
realtà quale in effetti manifesta un istituto archivistico, proiettati
in futuro nel tempo, anche per evitare il ritorno delle deprecate situazioni
di insicurezza, incertezza, inadeguatezza, purtroppo caratterizzanti il passato.
Sostanzialmente, in proiezione diversa, le preoccupazioni e le previsioni
degli incrementi futuri di fondi ricevibili e delle funzioni ed esigenze emergenti;
per cui, ove possibile, si potenziava la disponibilità di spazio, coll'acquisire
ulteriori unità edilizie, concordando in questa decisione il superiore
Ministero. Due vie diverse, per un'unica strategia di lungo periodo: quella
di garantire la vita dell'istituto nel migliore dei modi.
Le difficoltà di innovare drasticamente la situazione, passando a una
sistemazione a tempo indefinito in una sede di proprietà del Ministero
o comunque dello Stato, non venivano sottovalutate, ivi compresi i problemi
di un trasloco di tale ordine di grandezza e complessità. Ma non sfuggiva
la considerazione di due elementi: non tanto la variabile, da tener comunque
sempre presente, rappresentata da un futuro, nel quale i rinnovi contrattuali
trovassero contraenti potenzialmente mutati nei soggetti o nella volontà
o nella possibilità, quanto la valutazione dell'onere finanziario della
locazione passiva, uno strumento di spesa corrente, cioè un non investimento,
nella disciplina giuridica vigente delle locazioni destinata non certo a ridursi;
unitamente alla percezione di prevedibili budget di spesa in futuro necessari
per i costi derivanti dagli adeguamenti conseguenti a prescrizioni obbligatorie.
In primis per gli adeguamenti strutturali, le attrezzature, i sistemi tecnologici
previsti dalle normative di sicurezza, soprattutto antincendio, che sarebbero
stati tutti interventi incorporati da immobili di proprietà altrui,
non scorporabili, nè recuperabili in futuro. Non occorre, crediamo,
dilungarsi oltre, di fronte a un problema di ovvia complessità e peso.
Non è possibile neppure seguire tutte le istruttorie dei tentativi
effettuati. Furono considerate ipotesi diverse, caratterizzate dal prevedere
plessi edilizi, sia pure in diversa situazione, ma ubicati nel centro storico,
con lo scopo di approfittare della ricostruzione in atto, anche sull'onda
della legislazione speciale intervenuta per fronteggiare le conseguenze del
terremoto 1972, divenuta spesso trasformazione del tessuto urbano di Ancona,
addirittura con progettazioni coinvolgenti interi quartieri o comparti di
essi. Ed anche con lo scopo non secondario di inserire in modo definitivo
l'istituto, convenientemente strutturato, nel cuore della città presso
i centri direzionali, amministrativi, politici, degli enti locali e dell'ente
Regione, e le emergenze culturali: il museo archeologico e la zona monumentale,
le sedi scolastiche e universitarie, la biblioteca e pinacoteca civiche, le
soprintendenze regionali del Ministero per i beni e le attività culturali,
ecc.
Nessuno dei tentativi riuscì, malgrado talvolta si arrivasse anche
a coinvolgere autorità e uffici teoricamente determinanti. Il Prefetto
di Ancona, ad esempio, negli anni 1985-1988, sostenne l'opportunità
di trasformare la
dismessa caserma Villarey, nel centro storico, a sede dell'Archivio di Stato
di Ancona e di una biblioteca Nazionale, e successivamente, di destinare
all'Archivio di Stato la prevista ristrutturazione di tutto il complesso della
ex caserma Stamura, non lontana dalla Villarey. Non vi fu soluzione positiva,
come non vi fu per l'ipotesi di inserire l'Archivio tra gli assegnatari utilizzatori
della "cittadella della cultura" progettabile nella ricostruzione
globale del comparto dell'ex convento di San Francesco alle Scale, impegnativo
progetto urbanistico promosso dal Comune di Ancona, di concerto anche con
la Soprintendenza ai beni architettonici statale, operazione di grande livello,
ma purtroppo arenatasi per vari motivi e vincoli, non ultime le difficoltà
per il finanziamento necessario, e a tutt'oggi ben lungi dalla realizzazione
progettuale e operativa.
È impossibile in questa sede dilungarsi oltre, allargando inevitabilmente
il discorso a considerazioni generali, tanto inerenti le procedure che gli
aspetti urbanistici di una vicenda complessa, che, con la storia cittadina
degli ultimi decenni, troverà la sua illustrazione altrove o per opera
altrui. Sia consentito solo ricordare una proposta determinata degli anni
tra il 1980 e il 1982: quella di ottenere, tramite l'acquisto da parte della
Direzione per i beni architettonici del Ministero per i beni culturali, con
il suo restauro, l'uso del palazzo gentilizio Nembrini-Gonzaga nella centralissima
e monumentale piazza del Plebiscito, ipotesi architettonico-urbanistica, oltre
che di tecnologia archivistica, veicolata dalla Soprintendenza per i beni
architettonici delle Marche agli uffici centrali romani. Ma la pratica non
ebbe corso, tanto che l'edificio, che era stato posto in vendita dai proprietari,
venne acquistato da una società immobiliare. L'ipotesi aveva trovato
anche una configurazione tecnica progettuale, almeno una prima progettazione
propositiva accademica, nella tesi dell'architetto Marcello Manca, presso
il Politecnico di Torino, relatori gli architetti Bruno e Ruggero, riflesso
dell'interesse suscitato sul tema19. L'Archivio di Stato di Ancona, da parte
sua, veicolò anche agli organi tecnici ministeriali il progetto Manca,
multigrafandolo in proprio, con la premessa Una sede d'archivio in un centro
storico: un progetto per Ancona. In effetti l'interesse del superiore ministero
fu alquanto tiepido, e si concluse con una lettera del Direttore generale
per i beni architettonici pro tempore, Triches, che si complimentava per un
progetto non inutile per il futuro studio del problema. La stessa tirepidezza,
in parte giustificata dai vincoli che abbiamo già ricordato inibenti
una diretta politica edilizia all'amministrazione archivistica, si ebbe a
riscontrare, fin dalle prime fasi dei progetti di riuso dei plessi un tempo
caserme, da parte dei responsabili delle divisioni competenti ministeriali,
che pur inviarono funzionari in sopralluogo.
Tuttora sono aperte, in attesa di una soluzione praticabile e della fattibilità
progettuale, presso gli uffici competenti, le pratiche promosse dall'Archivio
di Stato di Ancona al fine di ottenere per l'Istituto la soluzione "demaniale",
nel quadro delle discipline normative che saranno al momento a regime, pratiche
dunque in attesa, per ora, indeterminata.
Fu giocoforza quindi per la direzione, mentre il superiore ministero rinnovava
periodicamente le locazioni passive in corso, provvedere all'acquisizione
di locali, cogliendo favorevoli situazioni di disponibilità per cessazione
d'altrui contratti o per ristrutturazioni di locali, che risultassero fornire
spazi prossimi alla sede principale di via Maggini, utilizzabili come sedi
accessorie soprattutto per ulteriori magazzini di deposito.
Così vennero fronteggiate le crescenti esigenze di spazio dei due istituti
anconitani Archivio e Soprintendenza, che condivisero la sede centrale fino
al 1982. Successivamente (1984) una parte di immobile locata per l'Archivio,
in via dell'Agricoltura, angolo con via Maggini, a distanza di circa cento
metri dalla sede centrale, fu assegnata dal Ministero alla Soprintendenza,
mentre l'Archivio si provvedeva, sempre nel corso degli anni '80, di un immobile
ristrutturato adiacente e contiguo alla sede di via Maggini, locato con due
successive procedure contrattuali (1986 e 1992), che ha consentito l'allestimento
(e l'immediato impiego) di ulteriori scaffalature e, dal 1993, di un compatto
a movimentazione manuale, precedentemente ipotizzato per un utilizzo nell'Archivio
di Stato di Parma, da dove, risultando incompatibile per ragioni logistiche
con quella sede, dirottato poi su quella di Ancona. Ed inoltre, ha consentito
ulteriori spazi, divenuti necessari per localizzare l'impiantistica e la tecnologia,
messe in opera qualche anno dopo, dei sistemi di climatizzazione e antincendio
della sede. I locali lasciati alla Soprintendenza, che vi ha trovato e tuttora
vi mantiene prestigiosa sede, furono sostituiti, nello stesso immobile, rilevando
(1987) appena dismessi da un istituto scolastico, trasferito in altra zona
ed altro edificio, i locali, con ingressi indipendenti e libero accesso anche
a mezzi di trasporto ingombranti, costituenti un intero piano della costruzione;
spazio, quest'ultimo, completamente attrezzato negli anni '90 anche dei sistemi
antincendio, utilizzato prevalentemente per depositi, ed oggi già in
gran parte già saturo di accessioni nelle scaffalature installate,
ma ricavando anche un locale ad uso degli utenti esterni o per attività
didattiche, completato da adeguamenti per l'accesso e l'accoglienza a disabili,
conforme alla vigente normativa.
Va ricordato che, istituita per decreto ministeriale nel 1973, fu ufficialmente
aperta in Fabriano una sezione dell'archivio anconitano nel gennaio 1978 (Guida,
p. 355); purtroppo in una sede provvisoria e, anche in questo caso, in locazione
passiva. A nessun risultato erano approdate le assicurazioni date dal Comune
durante la pratica per l'istituzione, localmente fortemente caldeggiata, ma,
come ben presto accertato con deludente esperienza, assai strumentalmente;
le assicurazioni, cioè, di poter fornire una idonea sede,
nella quale sarebbero dovute confluire anche le documentazioni municipali
conservate nella locale biblioteca o ancora presso gli archivi di deposito
degli uffici. Stante l'accertata inidoneità della sede iniziale, di
fatto adattamento di un garage seminterrato, fu giocoforza ricercare locali
più idonei, sul libero mercato ed anche con estenuanti trattative con
l'ente locale, che prospettava di volta in volta parti di edifici in corso
di restauro come assegnabili alla Sezione, puntualmente poi assegnati ad altri
scopi o enti. Una nuova sede venne finalmente presa in fitto nel 1985 e così
le esigue serie pervenute da uffici statali furono integrate con l'importante
archivio notarile antico fabrianese, ricevuto dal notaio conservatore pro
tempore nel 1986, immediatamente ordinato, inventariato e messo a disposizione
del pubblico20, accogliendo poi ulteriori versamenti.
Non indugiamo ad alcuna considerazione in merito alla costituzione di tale
sezione fabrianese. La sede è stata affidata solo dagli anni '80 a
personale assegnato e residente a Fabriano, due unità, supportate quando
necessario da dipendenti in missione da Ancona, da allora resa quindi costantemente
accessibile all'utenza. Nell'ultimo decennio sono state effettuate tutte le
installazioni di sistemi prescritti dalla normativa di sicurezza, segnatamente
a difesa dagli incendi e a conclusione dei lavori, si è riordinata
la documentazione conservata, sottoposta a trattamento integrale di spolveratura
e disinfestazione. Purtroppo le ridotte dimensioni della sede non hanno consentito
di ricevere le documentazioni, coinvolte nella inagibilità delle strutture
che le conservavano, all'atto del sisma che ha colpito nel 1997 la zona, come
la vicina regione umbra e nelle Marche la provincia maceratese: in particolare
l'importante e molto consistente archivio comunale divenuto a tempo indeterminato
del tutto inaccessibile.
È fuori luogo qui qualsiasi considerazione sull'opportunità
di costituire Sezioni laddove non siano preventivamente realizzate tutte le
condizioni di disponibilità capienza funzionalità efficacia
e dotazione organica di personale, assieme a una effettiva volontà
delle amministrazioni locali di apprestare, nei fatti, un unico polo archivistico,
ma una riflessione è altrettanto ineludibile.
8
Nel 1981 veniva pubblicato il primo volume della Guida generale degli archivi
di Stato, contenente la voce Archivio di Stato di Ancona. In essa venivano
descritti oltre una settantina di fondi, amministrativi, giudiziari, notarili,
alcuni archivi privati, per complessivi pezzi archivistici 35.000, consistenza
comprensiva di volumi, buste, filze, pacchi, registri, mazzi, e 1058 pergamene
(Guida, pp. 339-356). Mentre non si può che rinviare alle singole indicazioni
e descrizioni, e a quelle delle rispettive serie, aggiungeremo per una percezione
più precisa, che tale materiale occupava oltre settemila metri lineari
di scaffalatura.
Erano ben lontani ormai i tempi e le consistenze del passato: i meno di 4.000
pezzi del 1919 (Lodolini, p. 53) , i circa 8.000 del 1943, scesi per scarti
interni ai circa 6.600 del 1947-48, gli 11.000 degli anni '50, i circa 15.000
degli anni '60 al momento della massima saturazione dei vecchi depositi.
L'"effetto nuova sede", ci si consenta l'espressione, era abbastanza
evidente.
Questo patrimonio documentario era affidato a un personale composto complessivamente
da una diecina di persone, comprese le due unità assegnate a Fabriano,
in servizio presso quella Sezione. Dalle sei unità del 1968-71, ridotte
a cinque nel '73, poi incrementate con la destinazione, in diversi momenti
e con qualifiche diverse, alla sede di Ancona di qualche dipendente trasferito
o assunto per concorso, fino a raggiungere la, per allora, cospicua consistenza
della diecina, con l'ingresso nei ruoli degli assunti in applicazione della
legge 1 giugno 1977, n. 285 sull'occupazione giovanile e successive norme
integrative. La sede di Ancona, rispetto a massicce immissioni di personale
che quest'ultima normativa consentì, soprattutto negli uffici del Mezzogiorno,
ebbe assegnate soltanto quattro unità, ma che fortunatamente coprirono
qualifiche, cioè professionalità e mansioni, nelle quali l'organico
era carente, come avvenne ancora utilmente, qualche anno più tardi
(1986) con la destinazione all'istituto di due unità della carriera
ausiliaria, qualifica custodi, indubbiamente indispensabili alla gestione.
L'arrivo di un restauratore, nel 1985, permise una attività interna
del laboratorio di legatoria e restauro, completato con successivi allestimenti
tra il 1971 e gli anni '80, in ossequio a quanto previsto dalle disposizioni
del D.P.R. n. 1409 del 30 settembre 1963, ma purtroppo, per la mancata assegnazione
di addetti professionali, impossibilitato a funzionare a regime. Fino al 1985
un restauratore privato era stato autorizzato dal Ministero ad eseguire lavori
retribuiti per l'amministrazione archivistica utilizzando il laboratorio.
Subentrò poi appunto, per trasferimento da altra sede, l'unico restauratore,
che, peraltro, unico sarebbe rimasto a tutt'oggi, malgrado l'organico dell'Istituto
prevedesse altri addetti, il quale benché da solo e impegnato da procedimenti
seriali e a fasi necessariamente complesse dei trattamenti di risarcimento
del materiale, che richiedono compresenza di addetti, anche per i tempi operativi
delle varie tecniche e accorgimenti impiegati, riuscì a fronteggiare
onorevolmente le necessità più impellenti e a portare avanti
programmi sia pure dimensionati.
Anche questo, diremo di passaggio, uno degli aspetti, generalmente rilevabili
per tutte le mansioni e le corrispondenti carriere, per i quali la gestione
centralistica del personale, specie nei concorsi assunzioni destinazioni trasferimenti,
il nessun margine d'autonomia per i responsabili periferici, tra vincoli legislativi,
di bilancio e di equilibri sindacali, hanno penalizzato, e penalizzano, l'organizzazione
e il funzionamento degli istituti minori. Minori soprattutto per il numero
dei dipendenti, frazionato in diversi profili, per ognuno dei quali talvolta
la copertura di unità lavorative è scarsa o insufficiente, persino
del tutto assente, a fronte magari di assegnazioni di personale di carriere,
ruolo e professionalità superflue.
La consistenza dell'organico, ovviamente considerata nelle medie di permanenza,
espungendo le variazioni di minima durata per trasferimenti, in accrescimento
o in diminuzione, scontato un minimo turn over, ha raggiunto un totale di
venti unità in servizio a cavallo dell'anno 2000, oggi ridimensionate
a quindici, sempre compresa la dotazione di due impiegati alla sezione di
Fabriano.
Questo personale gestisce oggi una consistenza documentaria di oltre 70.000
pezzi archivistici, per uno sviluppo lineare di quasi 15.000 metri, ospitati
da magazzini di deposito della superficie di circa 3.000 metri quadrati, con
un insieme di uffici, spazi per l'utenza, impianti e servizi per ulteriori
metri quadrati 1.000 circa. La sezione di Fabriano conserva circa 7.000 pezzi,
per uno sviluppo lineare di 700 metri.
L'aggiornamento della Guida non mancherà di dare conto degli incrementi
assommati dopo la pubblicazione nell'anno 1981 della voce Ancona, con le relative
indicazioni e descrizioni.
Nell'arco di due decenni, oltre ai periodici accrescimenti dei fondi e delle
serie già conservate, alle scadenze temporali dei rispettivi prescritti
versamenti, sono pervenute numerose, importanti e consistenti documentazioni,
come dicono chiaramente i nuovi totali complessivi.
Ci limiteremo ad alcune segnalazioni. L'Archivio di Stato di Ancona ha ormai
accolto tutti gli archivi notarili di competenza, ad eccezione dell'archivio
già mandamentale di Osimo e di quello di Castelplanio, rispettivamente
di circa 1700 e 250 unità. Dei circa 19.000 pezzi risultanti dal censimento
degli anni '60 (Lodolini, p. 93-109 e 120), circa 17.000 sono dunque ospitati
nei depositi: tra gli altri sono stati ricevuti, dopo il 1981, gli importanti
archivi notarili di Sassoferrato, Jesi, Senigallia, Fabriano, Monte San Vito,
Ostra.
Tra i fondi amministrativi, sono state depositate o versate documentazioni
del comune di Ancona, dell'Amministrazione provinciale di Ancona, compreso
un consistente fondo relativo alla gestione economica dell'Ospedale neuropsichiatrico
di Ancona, complessivamente migliaia di pezzi; del Catasto pontificio rustico
e urbano pre-gregoriano anche esso consistente in migliaia di registri; documentazione
delle Soprintendenze regionali archeologica e per i beni architettonici e
il paesaggio, dell'Ispettorato dei Monopoli di Stato; della Manifattura tabacchi
di Chiaravalle; materiale degli uffici del Ministero della Sanità e
di quello della Pubblica istruzione, di istituti scolastici; atti del Commissariato
del Governo nelle Marche all'atto della cessazione di tale organo; inoltre
sono confluite carte giudiziarie dalle preture di Sassoferrato e Arcevia,
l'archivio dell'Uditorato militare pontificio e del Tribunale militare territoriale
di Ancona, i fondi dei Giudici conciliatori del circondario, a seguito della
cessazione di tali uffici; atti della Viceprefettura di Fabriano e del Governo
distrettuale di Fabriano; carte del servizio demanio e patrimonio dell'Intendenza
di finanza di Ancona, per centinaia di buste; dalla Conservatoria dei registri
immobiliari di Ancona sono pervenute altresì consistenti serie di registri,
e dagli uffici distrettuali delle imposte dirette di Ancona, Fabriano, Senigallia
e Jesi atti diversi . Per deposito o donazione sono pervenute carte private
dell'antica famiglia Sturani di Ancona e documentazione relativa a personalità
politiche della città o della regione (Carte Conti, Salmoni e Marinelli,
queste ultime unitamente a una preziosa biblioteca scientifica entomologica
ed apistica). Di altri complessi documentari è stata data notizia nelle
pagine precedenti.
Un ulteriore pedissequo elenco sarebbe superfluo, occorre invece rilevare
senza timore di ripetizioni, che le vicende avverse attraversate da molti
complessi archivistici hanno spesso costretto a ricevere, a scanso di perdite
totali, delle intere giacenze, spesso confuse o dove i tempi d'intervento
venivano ad essere, come nel caso di uffici traslocanti in conseguenza degli
eventi sismici con urgenze improcrastinabili e per risistemarsi in sedi di
fortuna insufficienti ad accogliere i loro archivi, tempi talmente ristretti
da impedire non solo procedure di scarto, ma persino precise ricognizioni.
Questo comporterà necessariamente procedure di scarto interne all'Istituto,
non appena enucleato quanto debba ritenersi ineliminabile. È purtroppo
il costo di interventi, talvolta estremi, che spesso hanno evitato scomparse
presunte e talvolta si sono dovuti arrendere alla forza maggiore (come nel
caso di depositi accertati più o meno ordinati, ritrovati dopo poco
tempo altrove, trasferiti senza preavviso, in totale confusione, come comprovano
anche documentazioni fotografiche in atti dell'Archivio di Stato di Ancona).
Il materiale documentario, come l'assetto della suppellettile che lo ospita,
è stato tutelato negli ultimi due lustri, con un complesso programma
di installazione di sistemi protettivi richiesti dalla normativa contro i
pericoli d'incendio e da altre disposizioni di legge. Contestualmente sono
stati messi in opera impianti di climatizzazione e controllo dell'umidità.
L'esecuzione tecnica ha comportato la presenza e la permanenza, nei diversi
plessi delle sedi, di cantieri di lavoro anche per lunghi periodi, ridistribuzioni
del materiale documentario e delle suppellettili che lo ospitano, razionalizzazioni
interne. Tutte le evenienze sono state costantemente seguìte, i locali
sono stati convenientemente presidiati e tenuti sotto controllo. Tutti i prescritti
interventi sono stati condotti a termine, senza interrompere mai, (se non
per una settimana, in considerazione di operazioni, in ipotesi cautelativa,
suscettibili di causare rischi per l'utenza), il servizio al pubblico e l'accesso
dei visitatori. A conclusione degli interventi, tutto il materiale è
stato sottoposto a spolveratura e tutta la suppellettile a trattamenti disinfestanti.
Evento epocale, quello della spolveratura totale, che le carte non avevano
finora mai conosciuto.
Malgrado vincoli oggettivi quanto alla specifica formazione del personale,
anche per limitatezza dei fondi dedicati nelle assegnazioni annuali, e per
viscosità burocratiche, si è affrontato il percorso, certamente
ancora alle mosse iniziali, dell'informatizzazione.
Sia pure attraverso complicate combinazioni degli orari di servizio e di lavoro
e ripetute trattative sindacali, gli orari d'apertura al pubblico, come richiesto
dalle direttive ministeriali, sono stati dilatati alla massima estensione
compatibile con l'organico disponibile. Progetti di apertura straordinaria,
anche in giorni festivi, hanno trovato realizzazione frequente.
9
È inevitabile considerare un momento, come conclusione, che se è
vero che un istituto archivistico come centro e riferimento di attività
culturale, deve essere condiviso dalle istituzioni pubbliche del suo ambiente,
ma ne deve condividere la realtà e l'attività, toccando la base
sociale che le sostanzia, è altrettanto vero che questo circolo virtuoso
va mantenuto costantemente con attenzione mirata. Altrimenti si verifica il
circolo vizioso, che a fronte di "gestioni per inerzia" o a vere
e proprie impossibilità di funzionare e di esistere, trova disinteresse
e vuoto, per cui nessuna offerta allettante di fronte a una domanda praticamente
inesistente si giustificano e si causano reciprocamente.
Al fine di stimolare e mantenere il circolo virtuoso, l'Archivio di Stato
di Ancona ha cercato ogni possibile canale e occasione di valorizzazione di
promozione culturale e di inserimento, collaborando costantemente con associazioni
culturali, strutture pubbliche, enti locali, associazioni, accademie, società
storiche e scientifiche, tra le quali, ad esempio, la Deputazione di Storia
patria per le Marche, alla cui vita hanno partecipato e partecipano come soci
i propri funzionari, pubblicando anche periodicamente contributi negli atti
sociali, come peraltro in altre riviste e periodici; con le strutture scolastiche;
con l' IRRSAE Marche; con l'Archivio della Santa Casa di Loreto, questo centro
di universale interesse religioso, storico, artistico; con vari Comuni e con
l'Amministrazione provinciale; con l'Ente regione; con istituti scolastici
e circoli culturali; con l'Università e le associazioni professionali.
Collaborazione concretizzata con iniziative comuni, convegni, pubblicazioni,
didattica, consulenza, e naturalmente mantenuta con le altre strutture periferiche
del Ministero per i beni culturali, in particolare con la Sovrintendenza archivistica.
In proprio l'Archivio ha proseguito per oltre un ventennio una attività
editoriale specifica; ha realizzato mostre, conferenze, convegni e momenti
di didattica archivistica21. In merito a quest'ultimo campo si può
solo rammaricarsi di non avere mai ottenuto dal superiore Ministero l'autorizzazione
a istituire una vera e propria scuola di archivistica paleografia e diplomatica
nell'Istituto, specie in periodi in cui tali discipline, nell'ambito regionale,
non trovavano neppure negli atenei l'effettuazione di singoli corsi. Scuola
che avrebbe servito potenzialmente un ampio bacino d'utenza, nelle Marche
e persino nell'Abruzzo e Romagna e sarebbe stato un determinante referente,
non solo d'immagine, in una città capoluogo di regione, nei confronti
delle strutture regionali stesse politiche e amministrative, oltre a formare
con i più flessibili canali un rapporto permanente col mondo degli
studi e delle professioni legate agli archivi.
In un momento quale è l'attuale, per gli istituti e per la stessa organizzazione
archivistica, sono forse più le incertezze delle certezze, e i percorsi
del futuro sembrano più che da indicare, tuttora da individuare. Ma
per chi è sul punto di lasciare dopo quasi un quarantennio la propria
attività negli archivi, l'augurio che l'Archivio di Stato di Ancona
prosegua una vicenda sempre più positiva sembra ben confortato da fondamenti
oggettivi.
NOTE
1 Il Convegno Archivi e archivistica nelle Marche si è tenuto nei
giorni 29 e 30 novembre 2002 a Fabriano e Jesi comprendendo fra le sedici
relazioni in programma quelle dei direttori dei quattro archivi di Stato marchigiani,
Grazia Beretta, Carolina Ciaffardoni, Alessandro Mordenti e Maria Grazia Pancaldi,
rispettivamente riferite al proprio istituto di competenza. Nel testo la relazione
riguardante Ancona.
2 Per i riferimenti generali all'inquadramento istituzionale degli archivi
italiani e alle vicende dell'amministrazione archivistica, anche in riferimento
alla localizzazione delle sedi e alle disponibilità di personale e
per le principali problematiche tecnico-archivistiche della gestione, sia
consentito di rinviare a: ALESSANDRO MORDENTI, Appunti e riflessioni in materia
di archivistica, "Archivio di Stato, Ancona, 12", Ancona 1993 e,
ivi, agli essenziali rimandi bibliografici (d'ora in poi citato come Mordenti,
Appunti).
3 Pubblicazioni citate in forma abbreviata nel testo o nelle note successive:
Notizie = Notizie generali e numeriche degli atti conservati negli archivi
giudiziari, amministrativi, finanziari del regno, Roma 1875 (cfr. anche nota
6); Re =EMILIO RE, L'archivio delegatizio d'Ancona e il suo riordinamento
in Atti e memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Marche, nuova
serie vol. X 1915 fasc. II pp. 289-295; Giuliani =GIROLAMO GIULIANI, I fondi
dell'Archivio di Stato di Ancona, in Rassegna degli Archivi di Stato XVII
1957, pp. 35-68; Lodolini = ELIO LODOLINI, Problemi e soluzioni per la creazione
di un Archivio di Stato (Ancona), Roma 1968; Lume, La nuova = LUCIO LUME,
La nuova sede dell'Archivio di Stato di Ancona e della Sovrintendenza archivistica
per le Marche, in Rassegna degli Archivi di Stato XXIX/3 1969 pp.775-777;
Sturba = GIOIA STURBA, L'Archivio di Stato di Ancona dalle origini ad oggi,
Tesi di laurea, Università di Urbino Facoltà di lettere e filosofia,
anno accademico 1987-88 (copia consultabile nella biblioteca dell'Archivio
di Stato di Ancona); Lume, Il gioco = LUCIO LUME, Il gioco della memoria:
quarant'anni in Archivio, in Archivi per la Storia anno XIV n.1-2 genn.-dic.
2001, pp. 89-117; Ciavarini = Collezione di documenti storici antichi inediti
ed editi rari delle città e terre marchigiane, per cura di Carisio
Ciavarini, tomi I-V Ancona 1870-1884; Guida =Guida generale degli Archivi
di Stato italiani, vol. I, Roma 1981, voce Archivio di Stato di Ancona, pp.334-357;
Mordenti, L'inventario = ALESSANDRO MORDENTI, L'inventario Angelini-Rota dell'archivio
storico comunale di Ancona, in Studi anconitani. Ricerca della città,
"Archivio di Stato, Ancona, 11", Ancona 1992, pp. 73 sgg.
4 L'istituzione immediata, all'atto dell'annessione, di Commissioni "per
la conservazione" di opere d'arte si verificò anche altrove, come
nelle province dell'Emilia, ad esempio, con decreto di quel Governatore; ma,
nel suo decreto, Valerio forse per effetto dell'esperienza burocratica prefettizia
compiuta a Como, introdusse a completare la materia, una specifica attenzione
ai "manoscritti" e agli "archivi di proprietà dello
Stato". Cfr. Decreto 311, 3 novembre 1860 in Raccolta ufficiale degli
Atti del R. Commissario generale straordinario nelle province delle Marche,
Ancona 1860-1861, pp. 291-293.
5 Le date nel testo coincidono con quelle in Lodolini, p. 30 ; discordante
è in merito la cronologia recata da Re, p. 289, in cui forse un errore
di stampa dà un 1890 che per noi è invece 1880.
6 Nelle più volte citate Notizie, a cura di Enrico de' Paoli, che la
tipografia Botta stampò sollecitamente nel 1876, confluirono i dati,
raccolti tra il 1873 e il 1875 da tutta Italia con un questionario a tutti
gli uffici statali, delle giacenze documentarie esistenti al 1873 presso i
loro archivi e comunque prodotte o acquisite; dunque un censimento, che in
qualche modo sta tra il rapporto e una paleoguida degli archivi statali. Negli
anni successivi, fino al 1910, seguirono diverse relazioni recanti pure censimenti
di fondi (anche queste dunque embrioni di guide generali del patrimonio archivistico
statale) ma raccogliendo i dati delle accessioni negli archivi di Stato, dagli
Archivi di Stato (Mordenti, p. 77 e 106). Non danno quindi notizie significative
per la situazione anconitana e marchigiana e per il suo evolversi.
Partendo dai dati riferiti in Notizie, p. 178, è possibile evidenziare
con una proiezione ragionata quale consistenza avrebbe raggiunto nel successivo
centennio l'archivio dell'Intendenza di finanza e degli uffici facentine parte.
Scarti e perdite per eventi bellici (1943-1945), per calamità naturali
(alluvione 1959 - per la quale si persero nei depositi seminterrati carteggi
in quantità mai precisata - eventi sismici e loro conseguenze 1972
e anni successivi: sgomberi d'emergenza, riparazioni e ristrutturazioni, contenitori
precari), dispersioni, hanno fatto sì che una consistenza equivalente
appena ad un quinto del numero di pezzi accertato nel 1876 sia pervenuta all'Archivio
di Stato di Ancona (compresa la serie Catasti riconsegnata dall'Archivio di
Stato di Roma a quello anconitano nel 1983, su cui vedi Sturba p. 88 e ivi
bibl.).
7 Per la verità, quali che fossero gli ostacoli e le difficoltà
oggettive ostacolanti i rapporti tra centro romano e periferie, ove non esistessero
istituti archivistici statali, così come si trovavano regolati e dipendenti
dalle normative in vigore (cfr. Mordenti, Appunti, passim) fino al 1939 ,
pure l'amministrazione archivistica cercò con limitate iniziative qualche
intervento, soprattutto difensivo, in favore delle carte anconitane.
Tra il 1865 e il 1876, Francesco Bonaini e Cesare Guasti, i primi archivisti
di Stato inviati, dalla Toscana, in una missione ricognitiva nelle Marche,
non si occuparono della situazione anconitana. Solo più tardi, dopo
le denunzie del Ciavarini, dagli uffici romani venne inviato in Ancona, siamo
nel 1891, Alessandro Corvisieri, altro nome del Gotha dell'archivistica italiana
d'allora, proprio ad occuparsi del "Delegatizio", che trovò,
nelle condizioni che sappiamo, nel Palazzo di giustizia. Egli tentò
un primo riordinamento, effettuando successive visite al materiale, intervallate
nel tempo, fino al 1906. Ebbe anche contatti con l'Intendenza di Finanza,
ottenendo che alcuni scarti proposti fossero differiti o mutati in consegna
delle carte all'Archivio di Stato di Roma. La relazione del suo operato, datata
luglio 1907, tuttora in atti presso quell'Istituto (Direzione, busta 424,
come citato da Lodolini, p. 33), potrebbe utilmente essere pubblicata, con
altra documentazione dell'attività archivistica riguardante Ancona
esistente negli uffici romani. Quanto ai risultati dell'intervento Corvisieri,
non vi fu da attendere molto, che un trasferimento interno nel palazzo contenitore
(1915), li vanificò. Dal ministero venne di nuovo un funzionario romano,
Emilio Re, poi a lungo ai vertici degli uffici centrali, ad occuparsi delle
carte statali, ma in realtà sempre del solo "Delegatizio",
restando escluso ogni altro archivio, anche se conservato (carte giudiziarie)
nello stesso palazzo. Ridistribuì le carte ordinandole secondo il titolario
coevo, che pubblicò in una relazione apparsa negli atti della Deputazione
di Storia patria per le Marche. (cfr. Re, passim): siamo nel 1916, dai volumi
del Ciavarini sono passati quasi quarant'anni e finalmente una prima notizia
delle carte anconitane viene diffusa, almeno nel ristretto campo degli studiosi
di storia. D'ora in poi si farà da parte di tutti riferimento a un
inventario 1916 del fondo, che inventario in realtà non è. Anche
l'opera di Giuseppe Mazzatinti e Giustiniano degli Azzi, Gli archivi della
storia d'Italia, la prima guida archivistica progettata come generale (In
proposito Mordenti, Appunti, pp. 79-80), oltre a qualche accenno a fondi notarili
conservati localmente, per il territorio di Ancona si limita a ripubblicare,
1911, nel volume II della serie II ma VII dell'intera raccolta, un inventario
del 1909 (in proposito Mordenti, L'inventario, p. 75) dell'archivio storico
comunale di Ancona; nulla invece circa carte statali. Emilio Re, rilevando
che in tutta Italia solo le Marche con l'Umbria non avevano fino ad allora
"nessun assetto archivistico superiore al comunale", auspicava che
presto si giungesse a "fondarsi in Ancona, per effetto d'accordi tra
la Provincia e lo Stato" quel centro operativo, solo rimedio alle condizioni
riscontrate nel presente. Ma anche dopo l'istituzione dell'archivio provinciale
gli ultimi inviati dal centro trovarono situazioni problematiche. Nel giugno-luglio
1936 due funzionari archivisti, Renato Lefevre e Francesco Saverio Tuccimei,
visitarono gli archivi giudiziari anconitani. Usiamo il termine visitare anzichè
ispezionare, volutamente. (Lodolini, p. 63, parla di "ricognizione").
Anche l'ordinamento giudiziario rientra a pieno titolo nel novero di quelle
"amministrazioni forti" cui è già difficile raccomandare
o prospettare, talvolta persino concordare paritariamente, un comportamento,
anche archivistico, tanto più prescriverlo o imporlo. I due funzionari,
il primo dei quali era stato incaricato soprattutto di partecipare a una procedura
di scarto presso Questura e Prefettura, accertarono l'allarmante, o consueta,
realtà di abbandono, disordine, scarti avventati e casuali che continuavano
a colpire le carte più antiche; fino alla clamorosa proposta del presidente
del Tribunale di eliminare le giacenze di atti preunitari dal 1542 al 1809,
per migliaia di pezzi. Ottennero, coi loro pareri contrari, la temporanea
salvezza, procrastinando il segnato destino di qualche lustro. (cfr. nota
12). Dettagliatamente riferisce sulle missioni da Roma Lodolini, specie alle
pp. 27, 33, 63, cui si rinvia.
8 MARIO NATALUCCI, Il Tesoro e l'Archivio della cattedrale di Ancona, Ancona
1938,
p. 62, ove si riferiscono anche biasimi di cronisti e storici del passato,
come il Leoni, anch'egli ecclesiastico.
9 Sulle vicende dell'archivio storico municipale, come sopravvissuto fino
a noi, si veda A.MORDENTI, L'inventario Angelini-Rota dell'archivio storico
comunale di Ancona, in Studi anconitani,ricerca della città, Ancona
1992, pp. 73 sgg. e la bibl. recata.
10 PALERMO GIANGIACOMI, Guida spirituale di Ancona, Ancona 1933, (La biblioteca
e l'archivio storico, p. 14). In questo libro che, malgrado la totale asistematicità
e la confusione da taccuino d'appunti, è una miniera di notizie anche
sulla vita culturale anconitana, è sintomatico che l'A. nomini molto
sinteticamente il "Delegatizio" di cui era "custode":
"In Ancona ha sede l'importante Archivio provinciale ex Delegatizio che
va dall'anno 1800 (Vidoni) al 1860 (Valerio) con carte della Guardia Nazionale
sorta nel 1860. Fu riordinato "sommariamente"dal dottor Emilio Re
e dal sottoscritto mentre, anteriormente, era una confusione di carte in pacchi
non classificati. Subì varie dispersioni per mancata custodia e ci
fu un processo intorno al 1876" (p. 42); rimpiangendo la sede di Piazza
Roma (già convento dei Domenicani) da cui la biblioteca era stata sfrattata
per far luogo al liceo-ginnasio, che vi restò fino al 1972, e portata
nell'ex convento francescano "alle scale", aggiunge altrove: "al
piano terzo avremmo collocato l'archivio ex Delegatizio". Il capitolo
della Guida citato ebbe poi una ristampa come opera a sé: P.GIANGIACOMI,
La biblioteca comunale e l'archivio storico di Ancona, Ancona 1932.
11 Lodolini, Tavole in appendice, pubblica due significative foto (1962) degli
interni dei magazzini, che completano eloquentemente il quadro delineato nel
testo.
12 Dopo il 1919, l'eterno rinvio a …un futuro migliore quanto alla ricettività
dell'istituto provinciale e la pressione degli uffici giudiziari (altra "amministrazione
forte") volta costantemente a scaricare le carte non più in uso
immediato - quindi anche archivi "di deposito" recenti - mediante
scarti o consegna all'archivio di Stato, più che a tutelare le carte
del passato preunitario, sbrigativamente definite "antichissime"
o "materiale vecchissimo" o, conclusivamente, di "inutile conservazione")
concorsero insieme al naufragio totale dei fondi più antichi e preziosi.
Quelle serie cioè che nella Relazione, p. 177, erano indicate come
"atti di varie magistrature " e "atti dei giudici o consoli
dei mercanti", dei secc. XVI-XIX, quantificate complessivamente in circa
3500 pezzi. Lodolini, p. 31 e 62-66, con altri dati sulle consistenze, ne
ricostruisce le tristi vicende, fino alla notizia di…sopravvivenza del 1951
e alla scomparsa presunta "tre o quattro anni più tardi".
Al di là degli accorati rimpianti, torna in evidenza la debolezza,
se non l'inanità, di controlli difficoltosi, quali che fossero i limiti
e i vincoli all'effettivo funzionamento di un istituto archivistico locale,
sostanziati su norme prive di sanzione, una debolezza strutturale dell'amministrazione
archivistica, dunque, purtroppo destinata a continuare nel tempo. Esemplare,
per servirsi di termini…processuali, la vicenda delle più antiche carte
giudiziarie conservate nel Palazzo di giustizia di Ancona, condannate nel
1936 alla distruzione, condanna sospesa fino a una oscura esecuzione della
sentenza tre lustri più tardi, come può leggersi alla nota 7.
13 Il quotidiano di Ancona Corriere Adriatico nel n. 156 del 1 luglio 1942
pubblicava un articolo di Raffaele Elia, titolato La sezione di Archivio di
Stato in Ancona, in apertura del quale si leggeva: "…senza manifestazioni
esteriori, non consentite dalle attuali circostanze, avveniva la consegna
allo Stato del cosidetto ex archivio delegatizio o archivio storico provinciale,
che ora ha assunto il titolo e le funzioni di Sezione dell'Archivio di Stato…".
Una breve notizia apparve in Notizie degli Archivi di Stato, a. III (1943),
n.1 (genn.mar.), p. 29, sotto il titolo Costituzione della sezione di Archivio
di Stato di Ancona; vi si annunciava: "La nuova sezione…ha iniziato la
sua attività il 10 giugno 1942-XX".
14 Partendo dalle consistenze riportate in Notizie, p. 178, ben 10.000 mazzi
mediamente di 100 fogli ciascuno del periodo 1861-1873, una proiezione di
massima evidenzia quale entità avrebbbe potuto raggiungere nel centennio
successivo l'archivio della Prefettura. Si sono salvate del materiale prebellico
le serie del Subeconomato dei benefici vacanti (1870-1940 circa), rimaste
accatastate ma indenni in una cantina e nella torre del Palazzo di governo,
anch'esso colpito nelle incursioni aeree 1943-44, carte pervenute all'Archivio
di Stato di Ancona nel 1966 (Sturba, p. 61). Dopo lo sgombero dello stesso
palazzo per il sisma 1972, materiale documentario, databile dal dopoguerra
in poi, fu sfollato, ad opera di maestranze delle ditte appaltanti il puntellamento
delle parti pericolanti e la successiva ristrutturazione, in ordine precario
e condizioni ben immaginabili per calcinacci e acqua piovutivi, con un immagazzinamento
provvisorio, divenuto permanente, in locali messi a disposizione dall'Archivio.
Non vi fu scelta o selezione, ovviamente del pari impossibili nella contingenza.
La Prefettura tornò soltanto negli anni '80 a sistemarsi nella sua
sede, ristrutturata completamente: parte dei carteggi prodotti nel decennio,
accantonata da una sede provvisoria ad un'altra, da ultimo in capannoni di
una installazione del Ministero dell'Interno a Senigallia, venne successivamente
ammessa allo scarto, una volta rinvenuta in totale disordine in un coacervo
di suppelletili e materiale vario, dove infiltrazioni d'acqua dalle coperture
obsolete l'avevano ridotta a un ammasso in putrefazione.
15 Sugli "scavalchi" cfr. E. LODOLINI, Problemi e soluzioni per
la creazione di un Archivio di Stato (Ascoli Piceno), in Rassegna degli Archivi
di Stato XIX (1959) pp. 197-273, alla p. 266.
16 Più che uno scarso interesse a determinati problemi pratici, quali
le sedi, l'aver dovuto lasciarli per un lungo lasso di tempo alle soluzioni
caso per caso e alla capacità degli uffici periferici di cavarsela
autonomamente, è un segnale di debolezza contrattuale inequivocabile
dell'amministrazione centrale archivistica. Anche le leggi di tutela del 1939
confermano il ben diverso grado di potere e di strategie e programmazioni
attribuito ai differenti settori dei beni culturali. Gli uffici del settore
archivistico non hanno mai avuto la possibilità, riconosciuta invece
per il settore ove agiscono alle sovrintendenze ai monumenti, ai beni artistici,
ai beni e siti archeologici, di intervenire direttamente modificando o riducendo
il fondamentale diritto di proprietà su beni immobili oltre che mobili;
inoltre tali settori gestiscono sul territorio fondi di spesa corrente e d'investimeno
dell'ordine di grandezza più o meno rilevante, ma sempre apprezzabile
nel contesto produttivo ed economico del milieu nel quale si inseriscono.
Presenza dinamica (quindi autorevole o almeno da tenere in conto) che mette,
in confronto, in secondo piano i limitatissimi rapporti, solo e sempre in
tema di carte d'archivio, degli uffici periferici archivistici con le amministrazioni
statali, rapporti forse intesi non troppo realisticamente da alcuni teorici
dell'archivistica che vedono, ad esempio, come un momento forte, le procedure
di scarto, sottovalutando l'effettiva realtà di altre amministrazioni
ben altrimenti forti. Sia consentito di ritenere che anche l'istituzione del
Ministero per i beni culturali non abbia sostanzialmente mutato le cose, e
fino a tutt'oggi (cfr. Lume, Il gioco, p. 105-107).
17 E. LODOLINI, Problemi…(Ascoli Piceno), citato alla nota 15.
18 Si veda la nota 14.
19 L'elaborato è consultabile presso la biblioteca dell'Archivio di
Stato di Ancona e diverse biblioteche pubbliche.
20 Cfr. A. MORDENTI, Archivio notarile di Fabriano. Inventario, "Archivio
di Stato, Ancona, 3", Ancona 1986 pp. 136.
21 È tuttora di utile lettura per un orientamento di massima, e ci
esime da citazioni inevitabilmente parziali, anche se negli ultimi anni la
bibliografia sulla "didattica in archivio" si è infittita,
e forse attende una lettura critica che ne puntualizzi le molteplici vie,
il numero monografico, a cura di L. Lume, della Rassegna degli Archivi di
Stato, XLV/1-2,1985, nel quale cfr., quanto a chi scrive le presenti note,
A. MORDENTI, Il problema della didattica negli Archivi di Stato, pp. 54-63.
Tratto da Ricerca nella città, Archivio di Stato di Ancona, 2002